martedì 2 settembre 2014

#4 - PARETI E RACCONTI - ENNIO SPIRANELLI E LA LINEA D'OMBRA



"ci sono misteri e meraviglie a sufficienza nel mondo reale

per andare a scomodare le follie del soprannaturale".

Joseph Conrad




Mio papà era cacciatore, io ho iniziato a frequentare la montagna andando a caccia con lui e i suoi amici. Mi facevano fare il cane, il cane da ferma. Mi infilavo dentro i boschetti per fare involare i galli e le coturnici. Poi ho iniziato facendo un corso di scialpinismo al CAI di Nembro, era il 1978, avevo 16 anni. Mi è rimasta attaccata addosso la passione, non quella per la caccia ma quella per la montagna.”

Mentre racconta Ennio se la ride e osserva la grande parete che ci sovrasta. Attorno a noi la luce del mattino accende con mille luccichii i fili d’erba imperlati dalla rugiada. All’alba abbiamo risalito la Valzurio ammantata di foreste. Al sorgere del sole, abbiamo attraversato la piana del Moschel e guadagnato il limitare del bosco oltre le baite Pagherola. Ora siamo qui al centro di questo anfiteatro meraviglioso e, immersi nella luce, ci godiamo lo spettacolo prima di varcare la linea d’ombra, oltre la quale c’è un altro mondo. Un luogo dove la vita ha un sapore diverso e il tempo scorre con ritmi differenti. Se la Presolana è uno straordinario castello incantato, questa conca, che solo a tarda sera accoglie gli ultimi raggi del sole, ne è certamente la corte più appartata e grandiosa. Lo spigolo nord-ovest, che prende forza dal passo dello Scagnello e dalla Cima Verde, è la torre d’angolo più imponente della fortezza. Dalla sua cima gli spalti corrono tra le guglie e le merlettature che spiccano contro il cielo, dal cengione Bendotti alla vetta della Presolana Occidentale, per poi scendere alla Presolana di Castione e da lì lungo le Creste di Valzurio. In silenzio osserviamo ancora una volta lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi. È bello tornare qui, anno dopo anno, stagione dopo stagione, percependo ogni volta una maggiore consapevolezza, che non sono quei luoghi ad appartenerci ma noi appartenere a loro. Ennio non dice una parola e si incammina, lo seguo. Ben presto entriamo nell’ombra proiettata dalla muraglia che ci abbraccia e accoglie. Non ci sono più tracce di sentiero, oltre la linea d’ombra risaliamo ripidi pascoli e ghiaioni instabili. “Mi piace essere qui. - dice Ennio continuando a camminare -  La Ovest è bella, no?. Cosa ne dici tu!” Io me ne resto zitto e penso a tutte le volte che gli ho sentito pronunciare quelle due parole “La Ovest”, che puoi comprendere solo se conosci Ennio. Due parole che nascondono un mondo e mille storie di arrampicata, di amicizia, di crescita. “Avevo 18 anni – ricorda Ennio -  quando ho fatto la mia prima salita in Presolana, ero esattamente sul versante opposto a questo, sulla parete sud della Presolana di Castione. Il tempo è passato ma ricordo perfettamente il mio primo tiro da capocordata, il mio primo bivacco in parete. Sandro Fassi e Gigi Rota erano i miei maestri e amici, quella notte non riuscimmo a dormire. Sandro, per ammazzare il tempo, aveva inventato un giochino con alcuni sassolini. Sotto di noi brillavano le luci di Castione e dietro le Corzene fiorivano fuochi d’artificio. Il mattino dopo i miei compagni mi mandarono davanti a chiodare. Non mi sembrava vero. Era il 1980 e quella nuova via la dedicammo a un caro amico: a Federico Madonna” Si ferma e mi guarda con quel suo sorriso sornione e quel suo caratteristico sguardo sbieco. Quando fa così non sai mai cosa aspettarti, se un discorso serio o uno scherzo: “La Ovest però è un’altra cosa.-  sorride mentre gli occhi brillano e saettano verso la parete - Questo posto mi piace, soprattutto d’inverno. Quando fa freddo qui non c’è mai nessuno, solo il gelo. Questa non è solamente la parete più alta della Presolana ma è anche l’unica da dove non vedi nessun paese e nessuna luce in fondovalle. Quando sei appeso lassù e ci passi anche la notte, il senso di isolamento è incredibile, le distanze sembrano amplificate.”

Riprendiamo a salire e ben presto siamo nel punto più alto del catino ghiaioso, la vista sulla Valzurio e sulle Orobie è straordinaria. Alla base della parete persiste ancora un bel nevaio, residuo delle grosse nevicate invernali. Una lavagna di calcare verticale e compatto si innalza sopra le nostre teste. Qui ci si sente veramente abbracciati dalla montagna. Nonostante il freddo e l’impossibilità che alcun raggio di sole possa sfiorare queste pietre, Ennio si muove perfettamente a suo agio. Mettiamo gli zaini a terra e mentre chiacchieriamo ci prepariamo per salire la via GAN, dedicato al Gruppo Alpinistico Nembrese. Questo itinerario fu aperto da Ennio con Antonello Moioli e Gigi Rota in due giorni di scalata nell’autunno del 1985: “Gigi aveva adocchiato questa linea – racconta Ennio -  che ci lasciava molto perplessi rispetto alla qualità della roccia. Però non potevamo non cogliere l’invito di scalare questa parete, la più alta della Presolana. Su questi settecento metri di roccia esistevano solo tre itinerari, che ne risalivano i punti più deboli lungo cenge e canali. Mancava una linea che salisse la parete nei suoi punti più verticali. Sono passati quasi 30 anni da quei due giorni intensi passati in parete. Avevamo un sacco di dubbi sul percorso da seguire, cercavamo la roccia migliore e  una logica via d’uscita verso l’alto. Per rendere il tutto ancora più saporito ci si mise pure la nebbia, il freddo e il brutto tempo. Ricordo che sugli ultimi tiri, a causa di un temporale in arrivo, i capelli si drizzavano e l’aria friggeva d’elettricità. Giunti in vetta la gioia fu immensa.


Mentre scherza su quanto è vecchio, sulla barba bianca e sul tempo che scorre, Ennio è pronto a partire e passa il moschettone nel primo chiodo, stacca i piedi da terra e inizia a salire. Arrampica con precisione e sicurezza metro dopo metro e continua a racconta di come Gigi aveva salito quella prima lunghezza di corda e delle sua abilità di chiodatore. Ennio da allora su questa parete c’è tornato decine e decine di volte, molte sono state le notti che ha passato appeso su questa bastionata di calcare. Nessun’altra cordata ha tracciato nuove linee, “La Ovest” è casa sua, il suo terreno di gioco, sei sono i nuovi itinerari che  ha aperto in questi tre decenni, di cui quattro nella stagione invernale. Mentre scaliamo mi racconta con toni scanzonati frammenti del suo vissuto, della sua passione e del particolare legame che ha con la parete. Con calma ci godiamo ogni attimo e al termine scendiamo alla base in corda doppia. Gli zaini ben presto sono pronti e iniziamo a scendere puntando ai pascoli illuminati dal sole. Con Ennio si chiacchiera di tutto e non solo di alpinismo e montagne. Anche la sua vita lavorativa è da sempre intrecciata a questo mondo e il suo laboratorio, dove vengono confezionati capi d’abbigliamento per l’outdoor, è anche il punto di ritrovo e di passaggio degli amici e delle variegate figure che compongono il mondo alpinistico bergamasco. Mentre parliamo di lavoro riemerge la figura del padre cacciatore che lo ha portato per le prime volte in montagna: “All’inizio lavoravo con mio padre, preparavamo cartamodelli per grandi firme della moda italiana. Abbiamo fatto anche i modelli per gli indumenti delle spedizioni di “Quota 8000”. Non ho fatto nessuna scuola, oltre a quella dell’obbligo. Mio padre è stato la mia scuola, lui era un grande in questo lavoro. A 15 anni aveva la sua sartoria dove arrivavano i clienti, lui prendeva le misure, preparava i cartamodelli, faceva i tagli e cuciva. Da solo sapeva confezionare un vestito dall’inizio alla fine. Nel 1992 mio padre è morto e io ho proseguito nel lavoro specializzandomi nell’abbigliamento per l’attività in montagna.” Percepisco una punta di orgoglio mentre mi parla della sua vita, delle sue montagne e di suo padre, trattengo per un istante questa sensazione. Tra poco attraverseremo la line d’ombra oltre la quale, sui pascoli inondati dal sole, entrambi sappiamo che tutto sarà diverso. Per un attimo ci fermiamo e in silenzio ci voltiamo a guardare La Ovest.

PRESOLANA - LA OVEST
Pillole di Storia

Molti sono gli alpinisti che hanno trovato una loro linea tra le pieghe del mantello di pietra della Presolana, la montagna che molti amano chiamare la Regina. Curiosando nell’elenco delle vie vi è però un nome che ritorna regolare dal 1980 sino ad oggi, quello di Ennio Spiranelli. Lui ha dato inizio ad un differente modo di concepire ed aprire nuove vie, lasciando tracce del suo passaggio su ogni versante e ogni parete. La sua passione non si è esaurita in poche stagioni. Sono ben 13 le creazioni di Ennio, tutte di stampo alpinistico, 5 delle quali da interpretare d’inverno. Anno dopo anno una pulsione non sopita lo spinge ad esplorare ogni angolo del massiccio.

La Ovest lo vede in azione per la prima volta nell’autunno del 1985 quando con Antonello Moioli e Gigi Rota, in due giorni, aprono “G.A.N.” (Gruppo Alpinistico Nembrese) che con i suoi 700 metri è la via più lunga del massiccio. Salgono utilizzando solo chiodi e protezioni veloci, le difficoltà giungono sino al VI A1. La linea sbuca nei pressi della vetta della Presolana di Castione e nel suo genere è una classica della parete.

Quella che Ennio chiama “La Ovest” per l’esattezza è una complessa parete esposta a nord-ovest e quindi a nord che corona sulle creste tra la Presolana Occidentale e quella di Castione, scendendo verso le Creste di Valzurio.

Nel febbraio del 1990 Ennio e Gigi, accompagnati da Marco Birolini e Vanni Gibellini, in una fredda e intensa giornata, arrivano a capo di una nuova linea, all’estremità sinistra della parete. Così racconta: “Da anni seguivo questa linea di colate che speravo si collegassero tra loro. Ogni volta che salivo con gli sci al Timogno scrutavo la parete. Quell’anno sembrava che le condizioni fossero favorevoli, quindi ho sentito gli amici e ci siamo messi in azione. Durante l’avvicinamento avevamo dei dubbi, ma dal primo tiro abbiamo preso atto che la situazione era ottimale e andava oltre ogni nostra aspettativa. Siamo saliti in giornata, interamente con ramponi e picche. Uno spettacolo! La linea non poteva che chiamarsi “Orobic Ice”. Da quel giorno, nella stagione fredda, questa parete è un po’ il mio piccolo Eiger” Questa via deve attendere il 31 marzo 2011 per la prima ripetizione a cura di Franz Rota Nodari e Paolo Arosio, seguita dalla prima solitaria siglata, il 4 aprile dello stesso anno, da Ivo Ferrari.

Il 9 e10 settembre 2006 Ennio e Giangi Angeloni salgono “In cammino con Marco e Cornelio”. “Dopo alcuni tentativi invernali – ricorda Ennio - il progetto si era arenato ai piedi di un grande pilastro cuneiforme “il triangolone”. Siamo tornati d’estate e lo abbiamo salito in due giorni, in modo onesto e pulito, niente spit e con il minimo utilizzo di chiodi. Così andava salito. Bisognava solo attendere il momento giusto.” Questa linea è stata immediatamente ripetuta in solitaria da Ivo Ferrari e successivamente da altri alpinisti locali. Si tratta di una via lunga quasi 500 metri, l’impegno non è legato tanto alle difficoltà, che non superano il 6b, ma alla chiodatura ridotta all’osso e alla necessità di integrarla posizionando protezioni veloci aggiuntive.

L’11 marzo 2011, accompagnato da Yuri Parimbelli e Tito Arosio, in giornata sale “Piantobaldo” una linea di misto, decisamente impegnativa, che con 600 metri di scalata porta diritta alla vetta della cima Occidentale. La via viene dedicata all’amico Roby Piantoni. Il 25 marzo dello stesso anno, in cordata con Alessandro Ceribelli e Maurizio Panseri, sulla bastionata delle Creste di Valzurio, i tre salgono una bella linea: “Couloir Margherita” 350 metri di ghiaccio, neve e roccia. Poco più a destra nell’aprile 2013, con Alessandro Ceribelli, lo troviamo nuovamente in azione su una nuova e divertente linea di neve e ghiaccio: “Alè! Über Alles”. Alla richiesta di cosa combinerà ancora in futuro, Ennio sorride. “C’è tanto da fare. Ho qualche cantiere aperto che spero di portare a termine nei prossimi inverni.”





Ennio Spiranelli classe 1962 è membro del CAAI. Vive e lavora a Nembro in Val Seriana, dove, con la moglie Maria, gestisce la sua piccola azienda: “GRANDE GRIMPE”. Si tratta di un negozio con annesso laboratorio per la produzione e vendita di abbigliamento tecnico per la montagna. Per chi fosse interessato Ennio è disponibile per organizzare serate per raccontare le sue storie e proiettare il video “Sulla Pietra della Regina” (info@grandegrimpe.it)



Pubblicato su "OROBIE" - agosto 2014  

domenica 27 luglio 2014

#3 - PARETI E RACCONTI - MARIO CURNIS E IL PIACERE DI SCRIVERE



Stiamo scendendo, Mario è qualche passo avanti a noi, assorto nei suoi pensieri.

– Chissà a cosa pensa? – mi chiedo. - Cosa avrà portato a galla questa giornata trascorsa in questi luoghi? Quali ricordi e quali immagini saranno riemersi dalle quinte della memoria? –

La scorsa estate, in una giornata perfetta, Matteo ed io accompagniamo Mario Curnis ai piedi del grandioso versante nord dell’Adamello. Con calma risaliamo tutta la Val d’Avio sino al Rifugio Garibaldi. Matteo scatta, scatta e scatta, con le sue fotocamere cattura attimi che raccontano persone, paesaggi, atmosfere. Io sono tra loro, chiacchiero e mi appunto ogni emozione, ci provo. È l’occasione di ascoltare le mille storie che Mario ha da raccontare e raccoglierle proprio lì, tra i monti dove tutto è accaduto, dove le sue parole risuonano con una vibrazione differente, forse più profonda.

Lo osservo, mentre rientriamo in silenzio. Sulle ampie piode di pietra che lastricano il sentiero Il suo passo è sicuro. A ogni tornante cerco di catturare la luce dei suoi occhi. A volte lo sguardo di Mario resta fisso a terra per cercare il giusto appoggio, oppure vaga sulla valle e sale lungo le pendici sino alle grandi pareti che ci circondano. Altre volte gira il capo e ci guarda per un istante, come d’istinto fanno tutti i capibranco, forse per assicurarsi che noi ci siamo e non ci siamo attardati. Sicuramente sarà stato così anche cinquant’anni fa mentre, sprofondando nella neve e avvolto dal gelo dell’inverno, guidava il rientro a valle tenendo d’occhio i suoi amici, compagni d’avventura con cui aveva appena scalato lo spigolo Nord dell’Adamello.

Le storie che mi ha raccontato questa mattina, mentre salivamo con tutta calma al cospetto della grande parete nord, sono stati doni  preziosi. Ma quanti altri ricordi, trascinati dalle parole, saranno riemersi senza essere narrati, quante emozioni e immagine vorticheranno ora nella testa di Mario. Taccio e continuo a osservarlo mentre provo a immaginarlo venticinquenne, in quel freddo inverno del 1963, quando, dopo avere deciso di salire in prima invernale lo spigolo nord dell’Adamello, si ritrova con gli amici Damiano Petenzi e Piero Bergamelli, detto “Stremasì”, al Bar Alpino di Nembro. Quello era il quartiere generale dell’alpinismo nembrese, sopra il bar c’era la casa di Leone Pelliccioli, figura di assoluto riferimento. Con i tre alinisti si trovano anche Franco Maestrini e un altro amico. Ognuno mette il suo materiale e lo zaino sull’auto e quindi partono. Non essendoci spazio per tutti Maestrini e l’amico, che avrebbero aiutato a portare il materiale alla base della parete e, salendo dalla via normale, li avrebbero attesi in vetta, li seguono con la motocicletta. Giunti a Vezza d’Oglio, dove parte il sentiero per il rifugio Garibaldi, i conti non tornano: manca uno zaino. Piero ha dimenticato il suo al bar Alpino. Mario ride ancora oggi mentre racconta questa storia: “Piero è un mio grande amico, ancora oggi. Lui è fatto così, un Gianburrasca. Ne ha combinate tante altre come questa, ma non puoi volere male ad una persona come Piero. Non puoi nemmeno arrabbiarti, perché lo fa con innocenza.” Mentre racconta di questa avventura Mario continua: “Che freddo! Faceva un freddo! Allora telefoniamo al bar Alpino e ci dicono che lo zaino era ancora lì. Un amico lo prende e con la moto parte per la Val Camonica. Intanto il Maestrini, risale in moto e gli va incontro. Non c’erano i cellulari in quegli anni e pensa, che fortuna! Faceva così freddo che per scaldarsi il Maestrini, giunto a Lovere, si ferma e entra in un bar. Sai chi ci trova? L’amico di Nembro, che si era fermato pure lui per il freddo.”



Mario questa mattina mi ha raccontato divertito questa e mille altre storie. Abbiamo parlato per tutto il tragitto, camminando senza fretta e facendo qualche pausa. Ora durante la discesa lo vedo assorto, pensoso, come rapito dai ricordi che quei luoghi hanno risvegliato. Della salita, in termini alpinistici, ne parla gran poco. In due giorni il 9 e 10 febbraio i tre percorrono la via, il suo unico commento: “Il primo giorno abbiamo bivaccato a duecento metri dalla cima, siamo saliti bene. Poi siamo andati in vetta e a scendere è stata un po’ lunga.” Eppure quella prima salita invernale non sarà stata una passeggiata e con i materiali e il vestiario di allora l’impegno sarà stato decisamente elevato. Ma Mario non indugia su questo, quello su cui più volte si sofferma sono dettagli e frammenti legati al rapporto con i compagni di cordata. Mentre li racconta c’è una freschezza e un’energia nella sua voce che pare stia parlando di cose successe la scorsa settimana e ride mentre narra un’altra cosa che ha combinato Piero. Non fatico a immaginare i tre alpinisti impegnati lungo quello sperone di granito incrostato di ghiaccio e neve, con gli abiti di lana, le giacche di nylon, gli zaini pesanti e quel freddo intenso che ti entra nelle ossa. Durante una sosta Mario chiede a Piero di scaldare un poco di acqua, sul “fornellino a meta”, e preparare un te caldo, giusto per scaldarsi un poco e combattere il gelo. Mi immagino il pentolino fumante che passa di mano in mano e sento addirittura sulle mie mani il piacere che può avere dato quel contatto. Vedo perfettamente il gesto di portarsi la bevanda alla bocca, quasi a sentire sul volto il vapore caldo del the. “Ci siamo passati il pentolino. – dice Mario – Sai com’è, un freddo cane. Lo provo e dico: Ma Piero! Cosa hai messo in questo thè? Non hai messo lo zucchero? In poche parole invece che mettere le zollette di zucchero, aveva messo tre dadi del brodo. Erano le sue specialità quelle. Abbiamo riso un bel po’ e ci siamo bevuti il cocktail.

Quella fu, nel massiccio dell’Adamello, la prima salita invernale su una grande via.

Mentre cammino e ripenso alla giornata trascorsa, mi convinco sempre di più che parlare con lui lì, dove tutto è accaduto, ha un sapore differente. Fissare gli occhi di Mario che brillano, mentre racconta e cammina, mentre racconta ed osserva la parete, è un privilegio. Così scopro del suo rapporto particolare con la scrittura e dei suoi diari gelosamente custoditi, di questa abitudine ereditata dal padre. Ci confrontiamo sul perché scrivere di sé e sul potere della parola scritta. Si ferma, mi guarda e dice: “Quando scrivo dico cose che, quando parlo, non vogliono uscire. Quando hai scritto una cosa di te, quella è ormai uscita da te ed è lì sulla carta. Buttare fuori le cose, soprattutto quelle brutte, ti aiuta a capirle, a superarle, a guardarti avanti e a vivere.”


Adamello parete Nord

Pillole di storia

Sino agli anni “60 due erano le vie che percorrevano il versante nord dell’Adamello. Lo spigolo nord-ovest aperto nel 1904 da Alessandro Gnecchi e Giovanni Cresseri, con difficoltà sino al IV e uno sviluppo di 650 metri. Lo spigolo Nord salito nel 1906 da Paolo Arici, Emilio Brocherel e Ugo Croux, con una lunghezza di 700 metri e difficoltà massime di IV+.

Nel febbraio 1963, Mario Curnis e compagni compie la prima salita invernale dello spigolo nord. Proprio in quei giorni, Mario mi ricorda, che Walter Bonatti era impegnato sulla Via Cassin allo Punta Walker delle Grand Jorasses. Erano gli anni in cui l’alpinismo invernale era in voga su tutto l’arco alpino. In Adamello, dopo questa salita, Mario c’è tornato altre volte per percorrere, sempre in inverno, altre vie sparse sulle cime dell’intero massiccio, dal Castellaccio, al Corno di Gioià, alla Busazza, alla Presanella, al Tredenus, sino alla Punta Adami. Sulla nord dell’Adamello ci torna ancora in inverno per salire lo spigolo nord-ovest. Arrivato al rifugio si rende conto che una cordata lo precede di un giorno. Attacca ugualmente e li raggiunge per mettersi in testa sino all’ultimo tiro sotto la vetta. Mario a quel punto cede il comando all’altra cordata esattamente all’alpinista bresciano Beltrami Francesco, che essendo il più anziano del gruppo meritava di calcare la vetta per primo. Alla nord è particolarmente legato non solo per queste avventure, ma anche per le numerose scalate estive e una in particolare ama ricordare, quando in cordata con Renato Casarotto hanno ripetuto lo spigolo dei Bergamaschi, che era stato da poco salito da Cortinovis e Pulcini , il 3 luglio del 1966. Per Mario però l’alpinismo invernale resta l’espressione più completa e impegnativa in cui uno scalatore si possa mettere alla prova. Tante delle sue energie sono state investite nella montagna d’inverno, anche per poi essere pronti per l’alta quota, le grandi montagne del mondo e i giganti della terra, su cui ha collezionato prestigiose ascensioni.

Negli anni “80 il versante nord ovest è teatro di tre nuove vie su roccia, mentre sulla nord vera e propria si deve attendere l’inverno 1989 quando Mutti apre in solitaria una via di ghiaccio e misto "Hallo Woman of My Dreams", lo stesso Mutti in compagnia di Salvi nel 1992 sale “Senza  chieder permesso”, che parzialmente ricalca la linea discesa con gli sci da Battistino Bonali, un capitolo sconosciuto nella storia dello sci estremo. Nel 2007 queste due vie vengono ripetute e se ne scopre la bellezza e l’impegno. In quell’inverno nascono sulla nord cinque nuovi itinerari di ghiaccio e misto e la parete torna ad essere oggetto delle attenzioni di molti alpinisti che riscoprono questo terreno d’avventura dove Mario Curnis è stato uno dei pionieri assoluti. Mentre chiacchieriamo di queste salite e delle più recenti vie aperte sulla parete chiedo che impressione gli faccia essere lì 50 anni dopo: “Io devo ringraziare sempre la montagna – dice Mario -  che mi ha fatto passare una bella vita e che mi ha aiutato nei momenti brutti della vita. Non avrei mai pensato a 77 anni di essere ancora qui.”

Pubblicato su "OROBIE" - luglio 2014 

#9 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Martedì 15 luglio - ore 11:30:00 – Isola di Fondra – Valle Brembana -


E se nulla fosse vero? Se nemmeno questa volta la mia visione fosse reale? Se  dovessi ancora una volta cambiare prospettiva? Ho deciso! Ci provo. Oggi la ribalto, la prospettiva.

Radici nel cielo si protendono, si espandono, ne occupano un’infinitesima parte, ma la vita è altrove.

Sotto i miei piedi nell’humus della terra, nel suo profumo organico, nella sua friabile consistenza, lì la vita di espande e pulsa. Dove il tempo, quasi immobile, scorre lento nell’incedere geologico delle ere, lì le radici crescono, fendono la roccia, la esplorano, ne succhiano acqua e alimenti minerali.

Dentro il mio corpo, dove i sensi nulla possono fare, la vita  si dilata in spazi siderali, dove irrequieta la mente vaga alla ricerca di un senso in grado di placare le infinte domande.

Sopra mi tuffo tra le nubi, dove nei regni fantastici di Miyazaki, tutto è possibile e lo stupore è sovrano.

Vorrei essere sempre pronto a stupirmi e a trovarmi ogni volta spiazzato da ciò che vedo, da ciò che sento, da ciò che immagino, per potere cogliere i ritmi della vita.
 

domenica 29 giugno 2014

#8 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Giovedì 26 giugno - ore 08:33:10 – Zù – Lago d’Iseo -


La bellezza. Ieri, nella notte, sino alle prime ore del giorno un cielo cupo e gonfio di nubi ha riversato tutta l’acqua raccolta nel suo viaggiare e che ormai non riusciva più a trattenere. Un muro d’acqua ha avvolto le montagne di casa. Milioni di gocce esplodono al suolo senza cessare un istante. Lame d’acqua corrono ovunque, non solo nei greti dei torrenti ma anche nei prati e lungo le strade.  M’impressiona tutta quest’acqua che scorre e travolge, e chi mi ritrovo in luoghi inimmaginabili. È ovunque e ovunque lascia il segno del suo passaggio: smottamenti, colate di fango, erosioni, piccoli crolli e allagamenti. Per fortuna, questa volta, nulla di grave è accaduto ed è stato tutto un correre, un verificare, un cercare di comprenderne le dinamiche, valutare i danni e capire come porre rimedio ove possibile. Oggi le nuvole giocano con il sole e mi ritrovo dove la montagna si tuffa nel lago. Cumuli di ghiaia e terra sono presenti ovunque, ad intasare ponti e ostruire strade. Un piccolo escavatore è già all’opera. Qui, ieri, l’acqua era in ogni dove, sulla strada, nel cortile, nella casa e dal giardino, scavalcando il muretto, scivolava nel lago. Osservo. Mi volto ed eccola, al primo momento non la colgo. Ritorno con lo sguardo sugli edifici, sulle acque rabbiose del torrente che, torbide, si gettano nel lago, sputate da un corridoio stretto tra due alti muri in cemento. Osservo e cerco di capire come è potuto accadere. Qualcosa mi sfugge, ma no si tratta dell’acqua, presto comprendo. La bellezza del mondo è lì alle mie spalle indifferente alle nostre vite, al nostro miope pasticciare sulla terra, ai nostri errori e ai nostri drammi. Lei non ha alcuna colpa e sempre si dona al nostro sguardo. La osservo.

PICCOLE STORIE #10

Miss Lily - 8a+ - Cornalba


“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio.
Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro. 
(Italo Calvino – Lezioni americane)

 “Io credo che la montagna sia semplicemente un posto di pace, un luogo che mi permette di vedere le cose secondo una prospettiva diversa, – Nico Favresse fa una breve pausa per cercare le parole esatte e poi continua - la montagna mi offre una prospettiva diversa.” Sean Villanueva, il suo compagno di avventura, aggiunge: “La montagna è un ottimo mezzo per saggiare i tuoi limiti mentali e fisici, ma soprattutto è un ottimo modo per sentire il potere della natura e del mondo.” Riprende Nico: “Nessuno mi obbliga a fare tutto questo. Quando parto per una grande parete so esattamente cosa mi aspetta: il freddo, la fatica, gli zaini pesantissimi, le bufere, le lunghe attese, il pericolo. Tutto ciò non ha nulla di eroico e non è questo che voglio raccontare.” Anche quest’anno i due alpinisti, ospiti per la terza volta de “Il Grande Sentiero”, evento patrocinato dalla nostra associazione e organizzato da LAB80, hanno raccontato, con leggerezza e intensità, le loro avventure verticali. Durante i quattro giorni dell’evento, scanditi da incontri con il pubblico e momenti di arrampicata collettiva, ciò che ha calamitato le attenzioni di un pubblico variegato e composto non solo da alpinisti, sono stati i toni scanzonati e a volte dissacratori con cui hanno narrato le loro storie. Accompagnandosi con la musica, tra una risata e un applauso, bandendo ogni tecnicismo e tono retorico o autocelebrativo, Nico e Sean ci hanno trasportato tutti in parete, trattenendoci lì per giorni e giorni, tra momenti di arrampicata e improbabili concertini chiusi nelle portaledge sospese nel vuoto, mentre fuori infuriava la bufera. Abbiamo quindi ascoltato Sean che, con il suo improbabile italiano, ci ha fatto rivivere, con trepidazione e una grande risata finale, il momento più drammatico della sua attività alpinistica, quando su una grande parete, dopo giorni di scalata, una raffica di vento gli ha strappato di mano l’ultima scorta di carta igienica.
Ciò che resta di questi incontri è quel senso di leggerezza che dovrebbe accompagnare ogni nostra azione, e quella determinazione tenace nel perseguire le proprie passione e dedicarsi a queste seriamente, con competenza e attenzione, senza mai prendersi troppo sul serio, con la giusta dose di ironia. Che sia nel nostro andare in montagna o nelle azioni quotidiane è importante tornare a valle, o arrivare alla fine di una giornata, con la consapevolezza del proprio agire, cercando di trattenere la gioia che scaturisce dall’avere vissuto attimi unici.